PARADISO - CANTO XXIII

 
Interpretazione cabalistica di Franca Vascellari
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Come l’augello, intra l’amate fronde,
posato al nido de’ suoi dolci nati
la notte che le cose ci nasconde,  3

che, per veder li aspetti disïati
e per trovar lo cibo onde li pasca,
in che gravi labor li sono aggrati,  6

previene il tempo in su aperta frasca,
e con ardente affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur che l’alba nasca;  9

così la donna mïa stava eretta
e attenta, rivolta inver’ la plaga
sotto la quale il sol mostra men fretta:  12
Come l’uccello che nella notte oscura è rimasto nel nido con i suoi piccoli, e poi per poterli nutrire e (quindi) godere della loro prosperità, si posiziona allo scoperto e, non temendo la fatica, aspetta il sole, scrutando l’alba, così Beatrice sta eretta e attenta rivolta a mezzogiorno:
sì che, veggendola io sospesa e vaga,
fecimi qual è quei che disïando
altro vorria, e sperando s’appaga.  15

Ma poco fu tra uno e altro quando,
del mio attender, dico, e del vedere
lo ciel venir più e più rischiarando;  18

e Bëatrice disse: «Ecco le schiere
del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto
ricolto del girar di queste spere!».  21

 

Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto,
e li occhi avea di letizia sì pieni,
che passarmen convien sanza costrutto.  24
Dante allora, vedendola così sospesa e in attesa, diventa tutto desiderio, appagandosi però con la sola speranza (della novità che sta per conoscere). Passa poco tempo ed il cielo comincia a rischiararsi e Bëatrice gli dice: “Ecco le schiere del trionfo del Cristo, e con Lui il frutto di questi cieli!” A lui sembra di vederle il viso come di fuoco e gli occhi così pieni di letizia da doverne tralasciare ogni descrizione.

 

‘L’Attesa’ è l’esagramma n. 5 dell’I King (ed. Astrolabio, cfr. in www.taozen.it  I King e Kabbalah), la cui ‘Immagine’ a pag. 80 recita: ‘Nubi salgono nel cielo: l’immagine dell’attesa. Così il nobile mangia e beve ed è lieto e fidente’. Come ogni Archetipo, anche l’Attesa fiorisce diversamente nei quattro livelli di coscienza, ora Dante sta vivendo l’Attesa del quarto livello, quello Atzilutico; a questo livello le ‘nubi’ sono gli spiriti trionfanti, e il ‘cibo’ è la ‘speranza’ che rende il Discepolo sul Sentiero, insieme alla sua Beatrice, particolarmente ‘lieto e fidente’. Quando l’Attesa termina e si  manifesta l’Evento atteso, in questo caso l’apparizione del Cristo, il Fuoco divampa e non ci sono parole per descriverlo.

Quale ne’ plenilunïi sereni
Trivïa ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni,  27

vid’ i’ sopra migliaia di lucerne
un sol che tutte quante l’accendea,
come fa ’l nostro le viste superne;  30

e per la viva luce trasparea
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea.  33
Come nei pleniluni senza nubi Trivïa (Diana, dea della Luna protettrice delle strade) splende tra le stelle che illuminano tutto il cielo, ecco apparire un sole che accende migliaia di luci come il sole terrestre fa con gli astri; attraverso quella luce appare al Nostro la sustanza (la figura del Cristo) tanto luminosa da non poter essere contemplata.

 

Già nel settimo cielo, quello di Saturno, Dante ha avuto qualche difficoltà a sostenere la vista della luce dei beati contemplanti, come potrebbe sostenere quella dei beati trionfanti dell’ottavo cielo se non mutasse ‘qualcosa’ in lui? E’ l’apparizione della Sustanza (= dal latino ‘substantia’ = essenza) Cristica ad operare il miracolo, anche se egli non riesce (ancora) a tollerarne la luminosità.
Oh Bëatrice, dolce guida e cara!
Ella mi disse: «Quel che ti sobranza
è virtù da cui nulla si ripara.  36

Quivi è la sapïenza e la possanza
ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra,
onde fu già sì lunga disïanza».  39
Subito Beatrice, la dolce e cara Guida gli dice: “Ciò che ti vince è la Virtù a cui non c’è riparo. Questa è la Sapienza e il Potere che (ri)-aprì la strada tra Cielo e terra, e che in passato fu tanto desiderata”.

 

L’apparizione dell’Essenza del Cristo (Sapienza e Potere) che corrisponde alla Conoscenza del centro Daath cosmico, comporta una tale profusione di Grazia da produrre un sostanziale mutamento in Dante, nella personalità: tale Grazia apre la strada di comunicazione tra il suo Cielo (l’Essenza Divina) e la sua terra (l’umanità).
Come foco di nube si diserra
per dilatarsi sì che non vi cape,
e fuor di sua natura in giù s’atterra,  42

la mente mia così, tra quelle dape
fatta più grande, di sé stessa uscìo,
e che si fesse rimembrar non sape.  45
Come il fuoco erompe da una nube perché si è dilatato tanto che non ne può più esser contenuto, e scende in basso contro la sua natura, così la mente di Dante, accresciuta da quelle dape (dal latino ‘daps’ = cibo), vivande spirituali, esce da se stessa e si smarrisce.

«Apri li occhi e riguarda qual son io;
tu hai vedute cose, che possente
se’ fatto a sostener lo riso mio».  48

Io era come quei che si risente
di visïone oblita e che s’ingegna
indarno di ridurlasi a la mente,  51

quand’ io udi’ questa proferta, degna
di tanto grato, che mai non si stingue
del libro che ’l preterito rassegna.  54
(E Beatrice): “Apri gli occhi e guardami, ora; tu hai veduto cose che ti hanno reso capace di sostenere la vista della mia beatitudine”. Dante si paragona a uno che si è svegliato da un sogno e cerca invano di ricordarlo, quand’ecco che gli viene offerto tale invito, così degno di gratitudine e che mai potrà essere cancellato dalla memoria.  

In una esperienza mistica come quella della visione del Cristo, la mente razionale esce di sé stessa e non riesce nemmeno a ricordare ciò che le è successo, cerca di afferrarne qualche barlume, ma ecco che l’Intuizione la soccorre con l’invito a contemplare il riso suo: con Lei e per Lei potrà conoscere il cielo che ora lo ospita ed anche i suoi beati.
Se mo sonasser tutte quelle lingue
che Polimnïa con le suore fero
del latte lor dolcissimo più pingue,  57

per aiutarmi, al millesmo del vero
non si verria, cantando il santo riso
e quanto il santo aspetto facea mero;  60

e così, figurando il paradiso,
convien saltar lo sacrato poema,
come chi trova suo cammin riciso.  63
Pure con l’aiuto del canto di Polimnïa (= che è oltre l’eloquenza) e delle sue sorelle (le Muse), che hanno nutrito col loro latte dolcissimo le varie lingue, Dante non riuscirebbe a rendere nemmeno la millesima parte della bellezza e del sorriso di Lei; così, descrivendo il Paradiso egli deve passare oltre, come chi trova il suo cammino interrotto.

 

 Una cosa è vivere una esperienza spirituale e un altra cosa, ben diversa, è tentare di descriverla ad altri che non sanno di cosa si parla, e questo anche se si è in grado di comporre un poema con versi ispirati addirittura dalle Muse...
Ma chi pensasse il ponderoso tema
e l’omero mortal che se ne carca,
nol biasmerebbe se sott’ esso trema:  66

non è pareggio da picciola barca
quel che fendendo va l’ardita prora,
né da nocchier ch’a sé medesmo parca.  69
Ma se si riflette su quale sia e quanto gravoso l’argomento trattato, e come fragile la spalla di chi l’ha affrontato, non si dovrebbe biasimare il suo tremore (timore): questa non è un’impresa per una piccola barca né per un capitano che si risparmi (per un poeta da poco).

 

Il tremore dantesco ci ricorda un’altra ‘Immagine’ dell’I King (idem), quella dell’esagramma n. 51, L’Eccitante: ‘Tuono continuato: l’immagine dello scuotimento. Così il nobile temendo e tremando, mette ordine nella sua vita ed esplora se stesso’. Esplorare se stessi vuol dire conoscersi, entrare in se stessi, visitare i propri mondi interiori, i propri ‘dei’ interiori per giungere fino ai più alti cieli e oltre...
«Perché la faccia mia sì t’innamora,
che tu non ti rivolgi al bel giardino
che sotto i raggi di Cristo s’infiora?  72

Quivi è la rosa in che ’l verbo divino
carne si fece; quivi son li gigli
al cui odor si prese il buon cammino».  75
(E ancora Beatrice a lui): “Dato che sei così preso dalla mia bellezza, perché non rivolgi la tua attenzione al giardino che fiorisce per il Cristo? Lì è la Rosa (Maria Vergine) in cui il Verbo si fece carne; lì fioriscono i Gigli (gli Apostoli) che iniziarono il cammino (del Cristianesimo)”.

 

La visione della Luce del Cristo (Daath, Io Sono, Coscienza, Terra di Atziluth, Piano Spirituale) conduce alla conoscenza della ‘Rosa’, Maria Vergine, la Grande Madre, a cui possiamo attribuire la Sephirah Binah. Nella Kabbalah la Sephirah Binah (Comprensione),  è situata in cima al Pilastro femminile della Severità nel Triangolo Superno; è detta anche l’Intelligenza Santificatrice; i suoi appellativi sono: Ama, la Grande Madre, il Grande Mare, il Trono, ecc. ;  la Sephirah a lei reciproca e interagente è Chockmah (Saggezza), situata in cima al Pilastro maschile della Grazia; Chockmah fornisce a Binah la scintilla di luce, il ‘seme’ che entra nel suo ‘grembo’, cosicché Binah concepisce le altre sette Sephiroth ( centri inferiori) espandendosi in ogni dimensione (secondo la teoria delle ‘stringhe’ pare ce ne siano 32) nelle 32 Vie della Saggezza: i 10 numeri e le 22 lettere dell’alfabeto o Archetipi, che formano la Creazione. Il nome divino attribuito a Binah è ‘Elohim’, plurale di ‘El’; tale Nome è collegato agli ‘Attributi divini’ che permettono la manifestazione di ognuna delle 32 Vie della Saggezza secondo le loro ‘specializzazioni’ o compiti.
Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli
tutto era pronto, ancora mi rendei
a la battaglia de’ debili cigli.  78

Come a raggio di sol, che puro mei
per fratta nube, già prato di fiori
vider, coverti d’ombra, li occhi miei;  81

vid’ io così più turbe di splendori,
folgorate di sù da raggi ardenti,
sanza veder principio di folgóri.  84
Al consiglio di Beatrice Dante risponde col dedicarsi alla battaglia che i suoi deboli occhi debbono sostenere (per adattarsi allo splendore della luce di quell’ottavo cielo, delle stelle fisse). Come in passato egli ha visto con gli occhi abituati all’ombra, un prato fiorito, (improvvisamente) illuminarsi per un raggio di sole, filtrato da una nube appena diradata, così ora vede tante luci folgorate da raggi di fuoco, di cui però non scorge l’origine.

 

Il passaggio da una esperienza mistica ad un’altra più profonda (dalla visone dei beati di un cielo a quella dei beati di un altro cielo successivo) richiede una cosciente modulazione che può essere raggiunta solo seguendo il consiglio di Beatrice (l’intuizione) che indica ogni volta al suo Amato (la personalità) il momento giusto per procedere nell’interiorizzazione, accompagnando ed elevando man mano la sua capacità vibrazionale (il suo merito) e preparandolo ad accogliere sempre ‘più’ Divinità’ (più Grazia).
O benigna vertù che sì li ’mprenti,
sù t’essaltasti, per largirmi loco
a li occhi lì che non t’eran possenti.  87

Il nome del bel fior ch’io sempre invoco
e mane e sera, tutto mi ristrinse
l’animo ad avvisar lo maggior foco;  90

e come ambo le luci mi dipinse
il quale e il quanto de la viva stella
che là sù vince come qua giù vinse,  93

per entro il cielo scese una facella,
formata in cerchio a guisa di corona,
e cinsela e girossi intorno ad ella.  96
O benigna Virtù che così illumini quelle luci, Tu ti sollevi in alto per non ferire i suoi occhi non idonei al Tuo fulgore.  (Intanto) il suo animo si concentra sul nome della Rosa (Maria) che egli invoca mattina e sera e che ora è (dopo il Cristo) la luce più splendente; appena tale Stella, che supera in cielo ogni altra, come già fece sulla terra, gli riempie gli occhi, ecco che dall’alto scende una luce che La circonda come una corona (è l’arcangelo Gabriele = Forza del Signore).

 

A Maria, la Madre del Cristo, viene attribuito il nome di ‘Rosa Mistica’ e Dante la nomina qui con questo appellativo. Il termine ‘rosa’ si fa derivare dal sanscrito ‘vardh-as’= ‘germogliante’, ‘che si eleva’ e anche dal sanscrito ‘vrad-ate’ =  ‘che diventa morbido’, ‘vellutato’; inoltre quando si parla di ‘rosa dei venti’ (per esempio) si intende una figura a forma di stella con 16 punte, cioè un insieme di 4x4 croci, relative al ‘vento’ elemento del piano mentale... il che è molto simbolico: la ‘Rosa’ morbida e germogliante, risulta essere la perfezione e la realizzazione della Croce sui 4 livelli di Coscienza.  Essa viene circondata a guisa di corona dalla luce dell’arcangelo Gabriele, cioè ‘incoronata’ dalla Forza Celeste che la consacra Regina del Cielo. Conoscerla significa conoscere Binah, la Grande Madre, la ‘Madre di tutti i viventi’, ‘forma’ che contiene la Vita, che la organizza, ma che anche la limita, la vincola e la costringe; e la costrizione per ciò che è libero significa morte. Binah contiene dunque in sé il principio di morte; cfr. Bhagavad Gita canto X, vv. 32- 34 (Disse il Signore): ‘Delle cose create Io Sono il Principio, la Fine e anche il Mezzo, o Arjuna, fra le scienze sono la scienza del Supremo Spirito, di coloro che discutono, Io Sono l’argomento... sono anche l’inesauribile Tempo, il Creatore dagli innumerevoli volti son Io. Sono la Morte che tutto afferra e l’Origine di ciò che sarà...(v. in www.taozen.it Testi sacri la relativa interpretazione cabalistica). Ma questa Morte va intesa come Mutamento, come Rinascita ad un altra vita e Rinnovamento Perenne. 

Qualunque melodia più dolce suona
qua giù e più a sé l’anima tira,
parrebbe nube che squarciata tona,  99

comparata al sonar di quella lira
onde si coronava il bel zaffiro
del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.  102
Qualunque musica, la più dolce che sulla terra affascina l’anima, comparata al suono della lira che corona la più bella gemma (Maria) di cui si orna l’Empireo, sembrerebbe tuono di temporale.
«Io sono amore angelico, che giro
l’alta letizia che spira del ventre
che fu albergo del nostro disiro;  105

e girerommi, donna del ciel, mentre
che seguirai tuo figlio, e farai dia
più la spera supprema perché lì entre».  108

Così la circulata melodia
si sigillava, e tutti li altri lumi
facean sonare il nome di Maria.  111
“Io sono l’amore angelico che circonda l’alta letizia che emana dal grembo che accolse il nostro Amato; e ti circonderò, o Signora del cielo, fino a che seguirai tuo Figlio e farai risplendere ancora di più la sfera più alta perché tu vi rientri” Così termina il canto circolare (di Gabriele) e tutte le altre luci fanno risuonare il nome di Maria (= amata dal Signore).

 

Ricordiamo che da un punto di vista interiorizzato la ‘Vergine Maria’ rappresenta la natura umana che ha concepito il Cristo, l’Io Sono, Daath, la Coscienza e che, allorquando il Cristo resuscitato ascende al cielo gloriosamente, anche Maria viene a sua volta ‘assunta’ in cielo, rendendolo ancora più splendente mentre segue il Figlio: il suo Nome (Maria = l’Amata) viene fatto risuonare perché in Lei si compiono le Nozze mistiche tra lo Sposo (il Sé, Daath) e la Sposa (la personalità, Malkah = la Regina) divenuta appunto, l’Amata.
Lo real manto di tutti i volumi
del mondo, che più ferve e più s’avviva
ne l’alito di Dio e nei costumi,  114

avea sopra di noi l’interna riva
tanto distante, che la sua parvenza,
là dov’ io era, ancor non appariva:  117

però non ebber li occhi miei potenza
di seguitar la coronata fiamma
che si levò appresso sua semenza.  120
Il manto regale dei cieli (l’Empireo), il più ardente, il più vicino al soffio e alle leggi divine è ancora tanto lontano che Dante, dal punto in cui è,  non riesce a vederlo, né i suoi occhi sono ancora abbastanza potenti da seguire la fiamma (Maria), coronata (da Gabriele), che si innalza per seguire il Figlio (Cristo).

E come fantolin che ’nver’ la mamma
tende le braccia, poi che ’l latte prese,
per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma;  123

ciascun di quei candori in sù si stese
con la sua cima, sì che l’alto affetto
ch’elli avieno a Maria mi fu palese.  126

Indi rimaser lì nel mio cospetto,
’Regina celi’ cantando sì dolce,
che mai da me non si partì ’l diletto.  129
E come il bimbo che ha appena preso il latte, esternando il suo amore, tende le braccine alla mamma, così tutte quelle luci splendenti si innalzano verso l’alto, mostrando al Nostro il loro grande affetto per la Madonna. Poi rimangono davanti a lui cantando il ‘Regina celi’ con tale dolcezza, da lasciargliene la gioia per sempre.

 

 Se Dante, il Discepolo sul Sentiero, non riesce ancora a seguire, nemmeno con gli occhi, la Luce di Binah (Acqua di Fuoco) che sale all’Empireo (= Fuoco di Fuoco) vuol dire che la sua Terra di Fuoco (Daath) è ancora non del tutto ‘fiorita’; infatti lui stesso paragona le luci dei beati di questo cielo che si protendono verso Maria ad un bambinello che ha appena preso il latte dalla mamma e che le tende le braccia per dimostrarle il suo affetto, ma poichè sia i ‘beati’ che il fantolino sono sue componenti spirituali (del piano Atzilutico) è ovvio che quel fantolino corrisponde a quella parte di lui che ancora deve ‘crescere’.
Oh quanta è l’ubertà che si soffolce
in quelle arche ricchissime che fuoro
a seminar qua giù buone bobolce!  132

Quivi si vive e gode del tesoro
che s’acquistò piangendo ne lo essilio
di Babillòn, ove si lasciò l’oro.  135

Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio
di Dio e di Maria, di sua vittoria,
e con l’antico e col novo concilio,  138

colui che tien le chiavi di tal gloria.  

Oh, quale abbondanza si espande da quei contenitori ricchissimi ( i beati spiriti trionfanti) che furono sulla terra buoni coltivatori delle (loro) bobolce (= biolche; 1 biolca = circa 5000 mq)! Qui (in paradiso) si vive e si gode del tesoro acquistato nell’esilio in terra (che è simile a quello degli Ebrei in Babilonia -587 a. C.) dove si lascia ogni ricchezza materiale. Qui trionfa nel Regno del divino Figlio di Maria colui (S. Pietro) che detiene le chiavi della Sua Gloria per la vittoria sua e dei santi dell’Antico e del Nuovo (Testamento).

 

Ancora una volta viene qui usata la simbologia del Campo e del Coltivatore del Campo per indicare la natura umana e la Coscienza: cfr. Bhagavad Gita (idem) canto XIII vv. 1-2: Disse il Signore (Krisna): ‘Questo corpo o figlio di Kunti (Arjuna) è chiamato il campo; colui che lo conosce è chiamato dai saggi il coltivatore del Campo. Ritieni inoltre che ‘Io Sono’ (è) il Conoscitore del Campo in tutti i Campi. La sapienza in quanto al Campo e al Conoscitore del Campo, Io considero essere la vera Sapienza’. La personalità che coltiva bene il suo ‘campo’ arriva a prendere Coscienza dei cieli più alti, dove trionfa Pietro, la Pietra d’angolo (per il significato della ‘Pietra d’angolo’ v. ns/ commento Paradiso, canto XXI vv. 121-123), e può giungere a tanto solo colui che detiene le chiavi della sua gloria (che sa governare il proprio Tempio: le due chiavi possono essere riferite alle due colonne dell’Albero), e che riesce a portare alla ‘Vittoria’, cioè alla Reintegrazione, il frutto del suo passato  e del suo presente.



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