PURGATORIO - CANTO XX


Interpretazione cabalistica di Franca Vascellari
www.taote.it
www.taozen.it
www.teatrometafisico.it

 

Contra miglior voler voler mal pugna;
onde contra ’l piacer mio, per piacerli,
trassi de l’acqua non sazia la spugna. 3
Contro il suo volere, essendo la volontà di quello che è stato papa (Adriano V, che gli ha ordinato di andare via), più forte della sua, Dante ubbidisce e si allontana non completamente soddisfatto (avrebbe preferito sapere più cose da lui).

 A quale personaggio interiore del Nostro corrisponde questo ex-papa, avaro, il cui pontificato è durato solo 38 gg, che si è pentito alla fine della vita, di cui Dante, inginocchiandosi (canto XIX v. 127), ha riconosciuto la superiorità ed ora anche che ha un miglior voler del suo? Ovviamente al suo ‘Papa’ interiore. L’Archetipo del ‘Papa’ (v. in  www.teatrometafisico.it  Archetipi, la relativa Lezione-spettacolo) il cui numero è il 5 (4 +1), ha come  simbolo il ‘pentagramma’ in cui lo ‘spirito’ deve dominare i quattro elementi; suo compito è accordare la destra con la sinistra, risolvere i problemi con la saggezza e la lungimiranza, rispondere  alle domande esistenziali, rispettare la Tradizione e accogliere il Nuovo. Certo un papa che dura solo 38 gg. (30 per la numerologia è il numero relativo al ‘Sacrificio’ e 8 il numero relativo alla Giustizia), che quindi ha ‘sacrificato la giustizia’, non è un vero papa, tuttavia se da quel breve periodo è riuscito ad estrarre  ‘che lì non s’acquetava il core’ (canto XIX v. 109) cioè che neanche diventare ‘papa’ rende felici e che la sete di beatitudine si appaga solo nello Spirito, merita reverenza (inginocchiarsi) e obbedienza.
Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li
luoghi spediti pur lungo la roccia,
come si va per muro stretto a’ merli; 6

ché la gente che fonde a goccia a goccia
per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,
da l’altra parte in fuor troppo s’approccia. 9
Così Dante si allontana e con lui la Guida; camminano nella zona libera rasente la roccia, come quando si va lungo un muro accostati ai merli; perché quei penitenti che scontano con le lacrime il peccato (di avarizia e cupidigia) tanto diffuso su tutta la terra, giacciono dalla parte esterna (della cornice).

Perché questo andare muro muro dei due Pellegrini? Intanto perché vicino alla parete si evita di cadere, poi perché il percorso interno di un anello è più breve e d infine perché prima o poi vicino alla roccia ci deve essere il passaggio per la cornice superiore. Questo oculato salire a spirale sul monte del Purgatorio ci suggerisce  una tecnica di visualizzazione:  vediamo la nostra Luce interiore che, partendo dal coccige (Malkuth, il Regno) sale lungo la colonna vertebrale per la conoscenza dei centri (sephiroth) su di essa localizzati (v. in www.taozen.it  appuntamenti ‘Introduzione alla Kabbalah): e visualizziamo così la nostra spirale luminosa che in cerchi sempre più stretti arriva fino al centro Daath, la Coscienza, in corrispondenza del punto in mezzo agli occhi. Cancellando ad ogni centro le nostre P, (le nostre tendenze ai sette vizi capitali) attueremo la purificazione necessaria per la visione del nostro Paradiso interiore.
Maladetta sie tu, antica lupa,
che più che tutte l’altre bestie hai preda
per la tua fame sanza fine cupa! 12

O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di qua giù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda? 15
Ecco poi un’invettiva del Nostro contro l’avarizia: “Che tu sia maledetta antica lupa che più di tutti gli altri vizi catturi ‘prede’ (i peccatori) per la tua vorace fame che non ha limiti! O cielo, nei cui giri si crede, a quanto pare, che la condizione mondana possa mutare, quando verrà Quello (il Veltro) che riuscirà in questa impresa?”

‘Lupa’ in latino significa ‘donna dissoluta’ il suo simbolismo è legato al male, alla distruzione, all’ingordigia e alla morte. In Ezechiele (22, 27) è detto dei lupi che ‘dilaniano la preda, versano il sangue, fanno perire la gente per turpi guadagni’; e in Sofonia (3,3): che quelli ‘della sera non hanno rosicchiato al mattino’. Nel Nuovo Testamento il lupo è identificato col diavolo che distrugge il gregge (i fedeli), è identificato con la crudeltà, l’astuzia, l’eresia e l’ostinazione. Nel canto I dell’inferno (vv. 49-50) Dante ha incontrato una lupa che di tutte brame sembrava carca nella sua magrezza e Virgilio poco dopo gli ha promesso che il Veltro la ricaccerà nell’inferno (v. ns/ relativo commento).
Noi andavam con passi lenti e scarsi,
e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
pietosamente piangere e lagnarsi; 18

e per ventura udi’ "Dolce Maria!"
dinanzi a noi chiamar così nel pianto
come fa donna che in parturir sia; 21

 e seguitar: "Povera fosti tanto,
quanto veder si può per quello ospizio
dove sponesti il tuo portato santo". 24
I due camminano con passi lenti e radi, attenti a non calpestare i penitenti che piangono e si lamentano, ed ecco che Dante ode una voce che, come fa una donna che deve partorire, invoca nel pianto: “ O dolce  Maria (= Signora), tu fosti talmente povera! E lo si può vedere da quella misera mangiatoia in cui mettesti la tua Creatura Santa (= il Bambinello: ‘…Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo’ (Luca 2, 7)”.
Seguentemente intesi: "O buon Fabrizio,
con povertà volesti anzi virtute
che gran ricchezza posseder con vizio". 27

Queste parole m’eran sì piaciute,
ch’io mi trassi oltre per aver contezza
di quello spirto onde parean venute. 30
E ancora: “O buon Fabrizio (= che lavora; Fabrizio Luscinio, console romano nel 282 a. C., rifiutò di farsi corrompere da Pirro, morì povero) preferisti essere povero e virtuoso piuttosto che ricco e disonesto”. Al Nostro piacciono tanto le parole udite che cerca di conoscere chi le ha proferite.
Esso parlava ancor de la larghezza
che fece Niccolò a le pulcelle,
per condurre ad onor lor giovinezza. 33

"O anima che tanto ben favelle,
dimmi chi fosti", dissi, "e perché sola
tu queste degne lode rinovelle. 36

Non fia sanza mercé la tua parola,
s’io ritorno a compiér lo cammin corto
di quella vita ch’al termine vola". 39
La voce intanto continua a parlare della generosità di Niccolò (=  vincitore, santo vescovo di Bari che di nascosto diede la dote a tre fanciulle per evitare che si prostituissero) che salvò dal disonore la giovinezza di (tre) vergini. Così Dante gli si rivolge: “O anima che parli così bene, dimmi chi sei stato (in vita) e perché solo tu rinnovi il ricordo di questi atti lodevoli. La tua risposta sarà ricompensata se tornerò a vivere la mia breve vita (sulla terra)”.

Gli esempi ricordati in questa cornice, due di risplendente  povertà, Maria (la vera Signora),  e Fabrizio (che lavora su se stesso) e uno di generosa liberalità, Niccolò (vincitore dei vizi), insegnano a chi è stato ‘avido, avaro e pieno di cupidigia’ come si dovrebbe far fiorire la sephirah Hod (= Splendore) coltivando in sé la sua virtù. Dante (= colui che persevera) che deve cancellare in sé ancora la quinta ‘P’ dell’avarizia, coglie l’occasione per approfondire chi è che ha parlato e perché  solo quell’anima penitente ricorda, lamentandosi come fa donna che in parturir sia,  quei particolari personaggi, quasi che li ‘partorisse’ lei stessa.
Ed elli: "Io ti dirò, non per conforto
ch’io attenda di là, ma perché tanta
grazia in te luce prima che sie morto. 42

Io fui radice de la mala pianta
che la terra cristiana tutta aduggia,
sì che buon frutto rado se ne schianta. 45
E quello: “Io ti risponderò non perché mi aspetti un aiuto dal mondo, ma perché tu risplendi di grazia, benché ancora vivo. Io sono stato la  radice (il progenitore) di quella pianta cattiva che aduggia (intristisce) la terra cristiana, così che è assai difficile aspettarsi da essa buon frutto…”
Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia. 48

Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente è Francia retta. 51
“…Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia (= Donai, Lile, Gand e Bruges, le maggiori città delle Fiandre, città conquistate con l’inganno dai suoi discendenti) potessero, ne farebbero vendetta, cosa che io chiedo a Colui che tutto giudica. Il mio nome fu Ugo (= pensiero) Ciappetta (= Capeto = scalpello), i miei discendenti sono i Filippi (= amanti dei ‘cavalli’,  della potenza) e i Luigi (= valorosi), da cui è ora retta la Francia (= terra dei coraggiosi)…”.

Il penitente, dopo aver chiarito che non risponde per l’interessato ‘do ut des’ terrestre, ma per aver riconosciuto davanti a sé la luce della grazia divina, per prima cosa si accusa di essere la radice della mala pianta che ha adduggiato la cristianità intera, poi rivela il suo nome: è stato Ugo Ciappetta (pensiero-scalpello,-  che ha scolpito l’avarizia), la cui discendenza ha prostituito l’energia del suo ‘Albero’ tramutando quello che doveva essere ‘potenza’ (Filippi),  ‘valore’ (Luigi) e  ‘coraggio’ (Francia) in avidità e cupidigia.

Il Qohelet (5, 9) così bolla l’avaro: ‘Chi ama il denaro mai si sazia di denaro’; san Paolo nella lettera ai Colossesi (3, 5) dice che ‘…l’avarizia insaziabile è idolatria’; nella prima lettera a Timoteo (6,10): ‘…l’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali…’; San Gregorio Magno nell’opera ‘Moralia’ elenca sette figlie dell’avarizia: la durezza dell’anima, l’inquietudine della mente, la violenza, l’inganno, lo spergiuro, la frode, il tradimento. Ma forse c’è una figlia che le contiene tutte, ed è l’usura. L’usura ‘strappa la carne e la vita della vittima’ come vorrebbe  poter fare Shylock, l’usuraio del ‘Mercante di Venezia’ di Shakespeare (v. in www.taozen.it  cineforum ns/ relativa interpretazione cabalistica) ma questo peccato il Nostro lo ha già liquidato all’inferno (canto XVII) e qui non può essere contemplato neppure in una versione meno grave..

Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi, 54


trova’ mi stretto ne le mani il freno
del governo del regno, e tanta possa
di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno, 57

ch’a la corona vedova promossa
la testa di mio figlio fu, dal quale
cominciar di costor le sacrate ossa. 60
“…Fui figlio di un beccaio (= macellaio) di Parigi ( notizia non vera, perché suo padre fu Ugo il Grande, conte di Parigi, che alla morte di Luigi V, lo fece incoronare re); quando i re antichi (la dinastia dei Carolingi) si estinse, l’ultimo essendosi fatto frate, mi trovai saldo nelle mani il freno (lo scettro) del regno; avevo tanto potere nuovo e tanti amici che mio successore divenne mio figlio (Roberto II) e dopo di lui tanti altri miei discendenti furono ‘consacrati re’…”

Mentre che la gran dota provenzale
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non facea male. 63

Lì cominciò con forza e con menzogna
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Pontì e Normandia prese e Guascogna. 66

Carlo venne in Italia e, per ammenda,
vittima fé di Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. 69
…Finche` il dominio della Provenza (= pro-vincia = pro-victa = legata; dote di Beatrice, figlia del duca di Provenza) non tolse ogni residuo pudore alla mia discendenza, che valeva poco, ma non era ancora malvagia. Lì ebbe inizio la sua rapacità con forza e inganno; e poi per riparare (ironico) si prese Pontì (=Ponthieu = pagus pontivus = ‘borgo marino’, relativo a Yesod) la Normandia (= terra del nord, relativa a Tiphereth) e la Guascogna (= terra dei baschi; basco = bizzarro; relativo a Hod) Carlo (= forte; I d’Agio`) venne in Italia (= terra dei vitelli o dei tori, animali sacrificali; relativa a Tiphereth) e, per riparare i delitti commessi, sacrificò Corradino (=  consigliere, relativo a Hod; di Svevia, appena sedicenne, nel 1268) e, sempre per un’ulteriore riparazione, spedì  in cielo san Tommaso (= gemello = incompleto, relativo al Malkuth); filosofo della Scolastica; lo fece avvelenare)…”

Il dominio sulla ‘Provenza’, dote di donna, su ciò che è legato, obbligato, (con la frode e la violenza) trasforma l’iniziale avarizia in rapina .

Estinta la dinastia dei ‘Carolingi’ (= da Carlo = forte; dei forti) con Ugo Capeto inizia quella dei ‘Capetingi’ (= degli scalpelli), di quelli che ‘scolpiscono’ la cupidigia sfrenata e ne fanno la loro ‘corona’. Avendo acquisito la ‘provincia’, la forza (dote) della componente femminile dell’albero, quest’ultimo, nero (la mala pianta), diventa ‘rapace’; cosicché dopo aver rapinato le province francesi (coraggiose, relative a Geburah), Carlo,  cattivo frutto della mala pianta viene in Italia (= terra dei sacrifici, relativa a Tiphereth) e vi sacrifica Corradino (relativo ad Hod) ed vi avvelena Tommaso (relativo al Malkuth), cioè continua col suo operato ad avvelenare tutto l’albero.
Tempo vegg’io, non molto dopo ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e sé e ’ suoi. 72

Sanz’arme n’esce e solo con la lancia
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia. 75

Quindi non terra, ma peccato e onta
guadagnerà, per sé tanto più grave,
quanto più lieve simil danno conta. 78
“…E vedo già un tempo, non molto lontano in cui un altro Carlo (= forte; di Valois, che invaderà Firenze nel 1301) uscirà dalla Francia (= terra dei coraggiosi) per far conoscere meglio sé ed i suoi. Armato solo della lancia di Giuda (il tradimento) farà scoppiare la pancia a Fiorenza (= che fiorisce; caccerà i Guelfi bianchi). Da questo otterrà per se non territori, ma vergogna ed onta, cosa tanto più grave, in quanto non le considera dannose…”

Ma non basta, ancora la forza negativa (di Carlo)  della mala pianta, dopo aver rapinato la Francia (Gheburah), farà scoppiar , distruggerà Fiorenza (la città che fiorisce, Tiphereth), cioè il cuore dell’albero.
L’altro, che già uscì preso di nave,
veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de l’altre schiave. 81

O avarizia, che puoi tu più farne,
poscia c’ ha’ il mio sangue a te sì tratto,
che non si cura de la propria carne? 84
“…Poi vedo un altro (Carlo II, lo Zoppo), fatto prigioniero con la sua nave (a Napoli) vendere sua figlia, come fanno i corsari con le schiave (diede la figlia giovanissima in sposa all’anziano Azzo VIII d’Este). O avarizia, che puoi farci di peggio, visto che hai sottomesso la mia stirpe a tal punto che non si cura nemmeno dei figli?…”

Un altro ‘frutto’ guasto dell’albero nero della famiglia di Ugo (Carlo II) si dimostra tanto avaro da vendere e prostituire addirittura la figlia .. ma si può fare ancora di peggio.
Perché men paia il mal futuro e 'l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto. 87

Veggiolo un’altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso. 90
“…Ma affinché il male futuro e le azioni sembrino meno gravi (ecco il peggio): vedo il fiordaliso (simbolo della monarchia francese, con Filippo IV, nel 1303) entrare in Alagna  (Anagni= priva di agnelli); (di nuovo) il Cristo (= l’unto del Signore) sarà catturato nella persona del suo vicario (papa Bonifacio VIII). Lo vedo di nuovo deriso, lo vedo bere l’aceto e il fiele, e tra i vivi ladroni essere di nuovo ucciso…”

Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele. 93

O Segnor mio, quando sarò io lieto
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l’ira tua nel tuo secreto? 96
“…Poi, vedo il nuovo Pilato (da pile = gola; relativo a Chesed;  ancora Filippo IV) tanto crudele e mai sazio, infierire contro i ‘Templari’ per impossessarsi delle loro ricchezze. Quando potrò vedere, o Signore,  la tua vendetta che, essendo nascosta, rende dolce la tua ira nel segreto (della tua mente)?…”

Il peggio del peggio questo albero nero lo  attua in Alagna (relativo a Tiphereth, dove dovrebbe risiedere l’Agnello di Dio), quando vi rinnova la cattura, la tortura e l’uccisione del Cristo (la Coscienza dell’albero), perché oltraggia il ‘Salvatore’; e si preclude poi ogni possibilità di salvezza, appropriandosi con il delitto e la crudeltà delle ‘ricchezze’(dei Templari), delle energie, che dovrebbero essere adoperate per la costruzione del Tempio.  Tanto crimine non potrà che provocare la Giustizia del Cielo.
Ciò ch’io dicea di quell’unica sposa
de lo Spirito Santo e che ti fece
verso me volger per alcuna chiosa, 99

tanto è risposto a tutte nostre prece
quanto ’l dì dura; ma com’el s’annotta,
contrario suon prendemo in quella vece. 102
“…(Per rispondere poi alla tua domanda) ecco, quello che io dicevo della Sposa dello Spirito Santo (Maria) e che ti ha rivolto a me per chiarimenti (cioè quegli edificanti esempi di povertà e liberalità), sono ricordati nelle nostre preghiere di giorno, di notte al loro posto ricordiamo il contrario (esempi di avarizia punita)…”
Noi repetiam Pigmalïon allotta,
cui traditore e ladro e paricida
fece la voglia sua de l’oro ghiotta; 105

e la miseria de l’avaro Mida,
che seguì a la sua dimanda gorda,
per la qual sempre convien che si rida. 108
“…Noi ricordiamo Pigmalion (= pugno irsuto; relativo a Chesed;  re di Tiro, uccise il cognato e lo zio) che la brama di ricchezze rese traditore, ladro e parricida; e la miseria dell’avaro Mida (= seme; relativo a Yesod; che ottenne dagli dei di trasformare in ora quello che toccava e morì di fame), la cui ingordigia provoca ancora risate a non finire…”
Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
come furò le spoglie, sì che l’ira
di Iosüè qui par ch’ancor lo morda. 111

Indi accusiam col marito Saffira;
lodiamo i calci ch’ebbe Elïodoro;
e in infamia tutto ’l monte gira 114

Polinestòr ch’ancise Polidoro;
ultimamente ci si grida: "Crasso,
dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?". 117
“…Ognuno (di noi) poi rammenta il folle Acan ( relativo a Geburah; il giudeo che rubò parte del bottino di Gerico) e sembra che l’ira di Iosüè (=  il Signore salva; Giosuè 7, 19-26) lo punisca anche qui. Poi accusiamo Saffira (= preziosa, pietra; relativa a Malkuth) e il marito (Anania; -Atti degli Apostoli 5, 1-11-  che tennero per se` parte del ricavato di una vendita di un podere, derubando gli Apostoli); lodiamo i calci presi da Eliodoro (= solare al bianco, oscuro al nero; relativo a Tiphereth; Secondo libro dei Maccabei 3, 23-28; che fu preso a calci da un cavallo montato da un angelo mentre tentava di saccheggiare il Tempio di Gerusalemme); e tutti noi di questa cornice ripetiamo che con infamia Polinestor (= parlatore; relativo ad Hod) uccise Polidoro (= ricco di doni; Polinestore,  re di Tracia, uccise per derubarlo il giovinetto Polidoro, che avrebbe dovuto proteggere); infine ci gridiamo: ‘Crasso (= grasso; relativo a Netzach; ricchissimo triunviro, sconfitto a Carre nel 53 a. C. dai Parti, gli fu versato oro fuso in bocca), tu che lo sai, dicci, che sapore ha l’oro?’…”

Talor parla l’uno alto e l’altro basso,
secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona
ora a maggiore e ora a minor passo: 120

però al ben che ’l dì ci si ragiona,
dianzi non era io sol; ma qui da presso
non alzava la voce altra persona". 123
“…A volte noi parliamo più forte o più piano a seconda del sentimento che ci sprona a dire con più o meno vigore; poco fa non ero io solo a ricordare quei buoni episodi, ma solo io lo facevo a voce alta”.

Gli esempi di avarizia punita che vengono ricordati dai penitenti ‘di notte’ per i nomi dei personaggi citati costituiscono nel loro insieme un albero cabalistico capovolto, quello del vizio dell’avarizia illustrato in tutte le sue componenti negative: Pigmalione (pugno) è la scoria di Chesed; Acam è la scoria di Geburah; Eliodoro (sole), quella di Tiphereth; Crasso (ricco) quella di Netzach; Polinestore (parlatore) quella di Hod; Mida (seme) quella di Yesod; e Saffira (pietra) quella di Malkuth.
Noi eravam partiti già da esso,
e brigavam di soverchiar la strada
tanto quanto al poder n’era permesso, 126

quand’io senti’, come cosa che cada,
tremar lo monte; onde mi prese un gelo
qual prender suol colui ch’a morte vada. 129
I due Pellegrini si sono allontanati da Ugo Capeto e vanno per quanto è loro permesso andare, quando il Nostro sente tremare la montagna come se dovesse cadere; ne è raggelato come uno che va a morte.
Certo non si scoteo sì forte Delo,
pria che Latona in lei facesse ’l nido
a parturir li due occhi del cielo. 132

Poi cominciò da tutte parti un grido
tal, che ’l maestro inverso me si feo,
dicendo: "Non dubbiar, mentr’io ti guido". 135
Certamente l’isola di Delo (= manifesta) non si scuoteva tanto prima che la dea Latona (che si nasconde) la scegliesse come luogo per partorirvi i due figli (Apollo e Diana, dei del Sole e della Luna). Subito dopo si leva un grido tale che il Maestro si avvicina al Discepolo e gli dice: “Non temere ci sono io a guidarti”.
’Glorïa in excelsis’ tutti ’Deo’
dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,
onde intender lo grido si poteo. 138

No’ istavamo immobili e sospesi
come i pastor che prima udir quel canto,
fin che ’l tremar cessò ed el compiési. 141

 Poi ripigliammo nostro cammin santo,
guardando l’ombre che giacean per terra,
tornate già in su l’usato pianto. 144
Tutti dicevano: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli” E` quello che ode Dante quando riesce a capire quel grido. I due rimangono immobili ed esitanti, come i pastori che per primi udirono quel canto degli angeli (Luca 2 ,14), finche` il tremore  cessa e così termina la preghiera.  Allora riprendono il santo viaggio, attenti alle anime in terra, tornate alla solita penitenza.

Nulla ignoranza mai con tanta guerra
mi fé desideroso di sapere,
se la memoria mia in ciò non erra, 147

quanta pareami allor, pensando, avere;
né per la fretta dimandare er’oso,
né per me lì potea cosa vedere: 150

così m’andava timido e pensoso.

Il Discepolo è tanto desideroso di sapere che cosa sia accaduto, ma per la fretta non osa domandare al Maestro,  ma non è in grado di capirlo da solo, così va, timido e pensoso.

Qualcosa di ‘tremendo’ è successo in questa cornice del Purgatorio; una manifestazione della Potenza Celeste che ha scosso il monte e raggelato il Nostro; ma che cosa sia ce lo dirà nel prossimo canto…

 

Indietro