Genesi 8

Riprendendo l'esempio del mosto del capitolo settimo, possiamo dunque dire che l'alchimista è quel particolare "eroe" che ha deciso di dare battaglia al drago più pericoloso del mondo, all'unico vero suo grande nemico: se stesso. Ma prima di scendere in campo, deve necessariamente recarsi nell'oratorio, per elevare all'Altissimo, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le sue forze, preghiere talmente 'forti', 'intense', 'vere', da riuscire a dar vita ad una scala da cui l'Onnipotente possa far scendere e salire angeli, così come accaddrà a Giacobbe. Dopo, indossata l'armatura della pazienza, impugnate le armi della volontà, guadagnerà il campo di battaglia. E' quello un  momento particolare: il mondo diventa metafora di questa titanica impresa; ogni scena di vita è un "sogno" da comprendere. E qui scatta l'eroismo, perché non si tratta di tradurre le immagini del mondo metaforico, nel linguaggio del mondo cosiddetto normale, ma nell' immergersi nella metafora, come un' arca in un diluvio. Concetto questo che James Hillman ci offre nel suo "Il sogno e il mondo infero" - Est edizioni). Egli, dopo averci ricordato che: " Durante il sonno, sono completamente immerso nel sogno, e soltanto da sveglio capovolgo questo fatto e credo che il sogno sia in me.  Di notte è il sogno che mi ha, ma al mattino io dico: ho fatto un sogno"…, aggiunge che  "Il compito diventa allora quello di sottomettere l'io al sogno, di dissolverlo nel sogno, mostrando come tutto ciò che l'io fa, sente e dice, riflette il suo essere situato nell'immagine, che cioè questo io è completamente immaginale". Ora, riportando tutto questo alla vita diurna, possiamo forse comprendere come la nostra persona altro non è che un personaggio di quel fantastico sogno comune che l'umanità recita in questo mondo condominiale, una delle tante immagini che appaiono sulla scena del mondo, allorchè il film della manifestazione ha luogo.   Nel momento in cui l'eroe inizia il combattimento fondamentale della sua vita, entra in se stesso come in un' arca per fronteggiare il primo vero e proprio diluvio, quello che lo vede inondato dai giudizi e dai pregiudizi della collettività, ormai assuefatta a luoghi comuni e a stereotipi. Anticamente un vecchio detto   siculo diceva: se prendi moglie dillo a tutti, se ti fai monaco non dirlo a nessuno. E questo per significare proprio che, nel momento in cui una persona si avvicina al "misticismo" (uso il termine in senso molto lato), alla ricerca, e si allontana dai parametri collaudati della collettività, viene prima marchiato, e poi attaccato da amici, parenti, conoscenti, sconosciuti: ma dove vai, ma che fai, rimani normale, quelli sono matti. La cosa triste è che lo stesso accade anche quando all'interno di una tradizione, un "ribelle" decide di 'uscirne, per seguire un' altra tradizione: se sei cristiano e diventi buddista, il minimo che ti possa capitare è la "scomunica"; se sei islamico e ti converti al cristianesimo, lo stesso o forse peggio, e così via. Quindi il primo vero diluvio è questo. Poi comincia quello interiore, che più o meno segue la falsariga di questo. L'ego, capitanato dalle abitudini, che sono pesanti come macigni e leganti come catene, comincia a prospettarti una misera vita senza tutte le cose "belle" che con lui al timone hai sempre provato. E siamo al diluvio di Noè. La forza delle passioni, dei sentimenti, dei desideri, è potente come montagne d'acqua. Quando i venti del mentale egoico soffiano onde altissime si abbattono sulla barchetta dell'alchimista, la sua corazza e le sue armi non sono più sufficienti a tener testa all' alito velenoso del "drago" (ego), ai suoi venti. Ecco perché occorre l' arca, la chiusura ermetica di sé: dal diluvio interiore possono sfuggire vapori velenosi come da un vaso di Pandora. L'alchimista deve isolarsi, ritirarsi nel deserto (il mondo viene "annegato" affinchè egli possa continuare le sue fatiche d' Ercole), perché è quello un momento molto fertile per le proiezioni (astuzie dell' ego). Mentre dal diluvio esteriore possono colpirlo i fuochi dell' ombra collettiva, con i suoi venti all'antrace. Ma per fortuna vi è un altro tipo di vento che comincerà a soffiare allorchè le acque avranno sommerso tutta la materialità: è il vento dello spirito che spazzerà improvvisamente via  le acque, che le asciugherà, quando si ricorderà di Noè ("Dio si ricordò di Noè).  Questo vento è prodotto da una mente rinnovata che fa ormai da pontefice fra Spirito e corpo. Ma le acque ricoprono ancora la terra (il corpo è ancora sommerso dalle acque dei sentimenti), nonostante non piova più. Bisogna aspettare che esse si ritirino, per poter finalmente riprendere possessso di se stessi. E' venuto il momento di aprire l' arca e di navigare a vista sulle acque del diluvio, è tempo di elaborazione: quando la tempesta impazza, il marinaio deve solo stare attento alle onde, a non farsi inghiottire da esse, a mantenere la rotta per quanto è possibile, deve, insomma, combattere e basta. Dopo potrà raccontare a se stesso la vicenda ed arricchirsi  di essa, facendola diventare anima (mi riferisco al fare anima di Hillman: vivere psichicamente anziché materialmente). Ed eccoci agli animali liberati. Noè fa prima uscire in volo un corvo, che ritorna all'arca perché non sa dove posare i piedi, segno che la terra è ancora sommersa. Poi fa uscire la colomba, che una prima volta torna indietro come il corvo, una seconda volta porta nel becco un ramoscello d' ulivo, ed una terza volta non torna più. Questa fase del racconto del diluvio potrebbe alludere al fatto che, dopo un periodo di chiusura ermetica durata quaranta giorni, dopo cioè una lunga e seria meditazione (preparazione dei veicoli all'avvento dello Spirito), la bella addormentata, l' anima (la mente, la psiche) dell' alchimista, risvegliatasi dal lungo letargo, comincia a "sognare ad occhi aperti, cioè ad allontanarsi dal veicolo grossolano. I primi tentativi sono goffi e di breve durata: il corvo, col suo color nero ed il suo gracchiare, è l' ineleganza per eccellenza. Esso va e torna subito. Le prove successive danno qualche risultato. Innanzitutto subentra l' eleganza ed il candore (la colomba oltre che essere bella, è messaggera, simbolo d'amore, ed ha potere oracolare: presso antichi oracoli, veniva lasciata libera nel corso di cerimonie, e laddove si posava veniva costruito un tempio), e ciò è riscontrato con l'avvenente primo volo con ritorno. Poi subentra un gran senso di pace (secondo volo con ramoscello d'ulivo). Infine, una assoluta padronanza della tecnica (terzo  volo senza ritorno). Alcune antiche iniziazioni alla magia, prevedevano che il neofita riuscisse con grande sforzo di volontà a trasferire l'anima sua in quella di un volatile e rimanere in essa per poter volare. La tenica dell'immaginazione attiva proposta da Jung è molto simile ad essa, ed il romanzo di Bach "Il  Gabbiano" assomiglia tanto ad un esercizio di magia. Forse tutto questo è consentito dal fatto che la mente potrebbe essere sia all' interno che all' esterno della persona… Ma torniamo al nostro alchimista. Esso ha compiuto il primo passo, ha preso contatto col mondo di Yetzirah, il mondo dei sentimenti: è entrato nella sfera della luna. Diciamo che ha appena percorso i primissimi metri del sentiero che, per l' intera sua vita, dovrà percorrere per conquistare il vello d' oro. Non dimenticando che, dai denti del drago ucciso (così come ci ricorda il mito di Giasone) nasceranno, se piantati, dei guerrieri invincibili. Ciò gli farà prendere coscienza che l' ego è una legione (ci viene ricordato pure nel Nuovo Testamenteo), e che la  battaglia non è per nulla finita. L' unica cosa che al nostro alchimista  rimane da fare è rinchiudersi nuovamente nell' oratorio, e ricominciare da capo: "Allora Noè edificò un altare al Signore…e offrì olocausti sull' altare".  Comincia, per il nostro alchimista, una vita fatta di sacrifici: dovrà egli render sacra ogni sua azione, ogni suo pensiero, attraverso l' assoluta consapevolezza del fatto che, lui è un guanto nella mano dell'Onnipotente. C'è un antico proverbio siculo, che così recita: "Iù nenti, e Diu putenti": io non sono che una nullità, senza la Potenza di Dio.

 

Grazie. Nat



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