Riflessioni di Giorgio Rollo
sul “Tao Te Ching”

 

Aforisma Terzo

 “I meritevoli non esaltarli:
fa sì che il popolo non faccia dispute.
Disprezza i beni ardui da raggiungere:
eviterai che il popolo sia ladro”.

 

 

J.J Rousseau nel suo “Discorso sulle Scienze e sulle Arti” palesò nell'arte, come ricercatezza, la sorgente del lusso smodato, e di conseguenza della corruzione dei costumi. Così, il Saggio Taoista non vuole che si esaltino i meritevoli, e disprezza i beni ardui da raggiungere. Si pensa, che per “beni ardui da raggiungere”, si intendano oggetti che per la loro realizzazione abbiano richiesto molta fatica e molta perizia, e dunque molto denaro.
Il sopra menzionato philosophe dei secoli dei lumi è in linea col Saggio Taoista: ambedue auspicano una società senza grandi ricercatezze, ma austera e semplice.

 

 “Ciò che suscita invidia non mostrarlo:
resterà in pace il cuore della gente”.

 

Questa sentenza potrebbe ricordare un detto frequentemente usato della nostra civiltà latina, che si compendia in queste parole: “occhio che non vede cuore che non duole”.
In molti casi l'uomo medio è invidioso. Primo perché l'uomo comune è poco spirituale, secondo, proprio in quanto poco spirituale annette grande importanza ai beni materiali. Nella misura in cui è poco spirituale è anche indigente. Senza voler cadere in un calvinismo esasperato le parole di Gesù Cristo si adattano a perfezione a questo caso quando in Matteo 6, 33 dice: “Cercate invece anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno in aggiunta”.
L'uomo veramente spirituale non difetta di nulla, e se anche agli occhi degli altri può sembrare che gli manchi qualcosa, ai suoi propri occhi egli è beato con quanto, poco o tanto, possieda.

 

 “Quando governa il saggio svuota il cuore
del popolo ed i visceri riempie:
le ossa, non le ambizioni, gli rafforza”.

  

Secondo lo schema classico di società tradizionale alla quale fa riferimento il Saggio Taoista, essa è divisa in caste: nobile, militare, sacerdotale e plebea. Ciò che conviene all'una, non conviene all'altra. Mentre l'ambizione è una ottima molla per progredire quando essa si esplichi nei limiti del giusto buon senso, nell'ambito delle caste nobile, militare e sacerdotale, diventa una cattiva consigliera nell'animo della plebe. Con ciò non si vuol dire che l'ambizione sia preclusa alla plebe, bensì limitata. Poiché per nascita e per merito si fa parte delle tre caste superiori, ed il merito lo si può conquistare sia sul campo di battaglia come sul versante dello studio. Dunque per la plebe un sano rafforzamento delle ossa è consigliabile. Ossia di portare i pesi gravi, nel senso di pesanti fisicamente, per cui una robusta corporatura è sinonimo di ricchezza. Tornerà in mente ai cultori di storia antica il discorso fatto da Menenio Agrippa alla plebe in rivolta a Roma.

 

 “Fa che il popolo sia costantemente
senza sapere e senza desideri
e che i colti non osino di agire”

 

Acquistare vera conoscenza è compito molto arduo, riservato soltanto ad alcune menti divinamente prescelte, che abbiano oltre all'attitudine e l'amore per lo studio, l'agio di poter portare a compimento questo lungo iter formativo, che non dura meno di quarant'anni di apprendistato, ed è in continuo divenire.

Il Saggio Taoista è avverso alla cultura, non in quanto tale ma in quanto fatta superficialmente. Non c'è peggior figura di persona di quella semi colta e fuoriuscita dall'alveo della tradizione della propria comunità di appartenenza. Questa persona non ha i fondamenti ultimi del sapere, e non ha l'umiltà necessaria per conformarsi agli usi e tradizioni del suo mondo di origine; questi usi e tradizioni sono la cultura popolare che si attaglia con il sangue alla persona e le danno la sua propria identità. Una identità personale e di gruppo, tale che la persona si senta inserita in un contesto che oltre ad essere formativo, le dia sicurezza.

Il conoscere senza virtù porta allo smodato desiderare. I “colti” secondo l'espressione del Saggio Taoista potrebbero essere paragonati ai philosophes. Essi hanno una visione d'insieme, ma è parziale e soggettiva dunque faziosa. Ecco perché Federico II re di Prussia soleva dire: “Se voglio castigare una nazione la affido al governo dei filosofi”.

 

 “Senza forzare agisce; e non v'è cosa
che governo non abbia tuttavia”.

 

Ogni struttura, sia essa minerale, vegetale o animale è soggetta a determinate leggi sue proprie, le quali si armonizzano con le Leggi Universali.
Così, anche l'uomo è soggetto per la sua sopravvivenza materiale e spirituale a determinate leggi. Infrangerle porta inevitabilmente alla morte dell'organismo animale e spirituale. Così la moderazione in ogni attività è consigliabile, per la prevenzione dei malanni siano essi fisici che morali. Ma, proprio in virtù della sua libertà, l'uomo può derogare da queste Leggi. Riducendo sia il suo corpo fisico che il suo spirito in schiavitù. Questo perché l'uomo è dotato di una “vis morale” alla quale deve attenersi saldamente per non perire. Ma, la “vis morale ”si ottiene grazie ad una quotidiana abitudine al combattimento. Ecco, perché Platone scriveva, che chi non è in grado di autogovernarsi è bene che si affidi ad un altro che lo governi.


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